di  Luciano Lago

L’ultimo recente attacco contro la preminenza tedesca nella UE è stato fatto da Donald Trump:
“La Germania sta per essere distrutta dall’ingenuità della Merkel, se non peggio”, questo ha detto Donald Trump puntando il dito contro la cancelliera tedesca per le posizioni e le decisioni da lei prese sulla crisi dei rifugiati siriani.
In un’intervista al New York Times Trump ha criticato duramente la politica migratoria della Merkel:
«Il crimine in Germania – ha detto – è in deciso aumento. E’ stato fatto un grande errore in tutta Europa, consentendo l’ingresso a milioni di persone che hanno fortemente e violentemente cambiato la loro cultura». Una dura e inusitata critica che conferma il pessimo stato dei rapporti tra Germania e USA.

Nella stessa intervista Trump ha proposto la sua ricetta in politica estera, una formula che obbliga i paesi occidentali a pagare per la loro sicurezza, ovvero un impegno militare o in soldi per quello che in precedenza era un compito che si prefissavano gli Stati Uniti . Inoltre Trump ha affermato che la Germania, insieme alle nazioni del Golfo, dovrà pagare per creare e difendere delle “zone di sicurezza” che lui intende istituire in Siria per i profughi. “L’America viene prima di tutto e tutti gli altri paghino”.

In pratica Trump avvere gli europei in modo indiretto: noi destabilizziamo i paesi, creiamo il caos per i nostri interessi geopolitici voi ne pagate i costi.
A queste dichiarazioni si aggiungono le decisioni sui dazi imposti all’ UE da parte del presidente USA che dimostra, con le sue azioni apparentemente contraddittorie, di voler spezzare la vecchia alleanza e cooperazione tenuta con l’Unione Europea nel suo insieme.

La visione del mondo che trapela dalle parole di Trump è quella di voler imporre sfacciatamente gli interessi della potenza dominante sugli altri paesi, anche sacrificando i vecchi luoghi comuni della propaganda atlantista che enunciavano la difesa del “mondo libero” e la comunanza di interessi fra le nazioni occidentali. Arrivati a questo punto gli interessi fra USA ed Europa divergono in maniera evidente e per lo meno Trump dimostra di abbandonare l’ipocrisia delle amministrazioni precedenti.

In sostanza l’Amministrazione Trump sta utilizzado il bullismo politico per imporre i propri interessi geopolitici ed economici non risparmiando di rivoltare come un calzino il vecchio sistema di alleanze preferenziali che Washington ha perseguito negli ultimi 30 anni. “America the First” è più di uno slogan per Trump, rappresenta il modo di intendere i rapporti degli USA con tutti i paesi del mondo.

Bisogna però capire che Trump è un “outsider” della politica degli ambienti di Washington e non si può incasellare all’interno del sistema di potere globale che è diretto dalla elite finanziaria che per sua natura è apolide, per quanto sia identificata nel potere di Wall Street e della grande finanza. Trump è di fatto un primatista bianco, un nazionalista privo di cultura che comprende soltanto concetti semplificati e si comporta di conseguenza.
Questo spiega come Trump sia poco sensibile a quelle che sono le fondamentali esigenze di ricerca del profitto che sono prioritarie per le grandi dinastie della finanza di Wall Street e a cui poco importa degli interessi della classe media USA e dei lavoratori statunitensi che si sono impoveriti ed hanno perso il loro posto di lavoro ben remunerato per effetto delle delocalizzazioni industriali.

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Global Power, Rockefeller & Rothshild and co.

L’avidità di profitto ha spinto nel passato le grandi multinazionali, controllate da Wall Street, a delocalizzare in Asia come in Messico ed è patetico che Trump adesso se la prenda con il Messico o con la Cina per le conseguenze di decisioni che provengono dalla cupola finanziaria spinta a ridurre i costi per far aumentare a dismisura i propri profitti.

Trump non ha probabilmente chiara la percezione di chi realmente controlla le linee del potere globale che ha sempre sostenuto il processo di globalizzazione esasperato per meglio poter collocare i propri capitali ed ottenere il vantaggio di sfruttare il basso costo della mano d’opera nei paesi emergenti e saccheggiare le risorse naturali a poroprio vantaggio.

“America the First” è lo slogan patetico di un vecchio primatista bianco che ragiona sulla base di uno schema di rivalità economiche e geopolitiche che sono state da tempo accantonate dalla ricerca di un potere globale che si dirige verso un sistema di nuovo ordine mondiale dominato dalla elite finanziaria.
Peggio ancora questo slogan viene utilizzato per promuovere interessi settoriali ed obiettivi egemonici di lungo periodo che nulla hanno a che vedere con l’interesse delle classi medie dei lavoratori e cittadini statunitensi. Naturalmente Trump è, con tutta probabilità, inconsapevole di fare da schermo a queste forze che lui non può controllare.

Per questo motivo Trump è inviso allo Stato Profondo (Deep State) e si trova schierato contro tutto l’apparato dei media controllati dall’elite finanziaria e viene indicato come un presidente “populista” e “razzista” in quanto contrario al processo di globalizzazione pilotato dalle oligarchie finanziarie di Wall Street.
Messo sotto inchiesta e sotto pressione, per evitare di finire “stritolato” Donald Trump si è barcamenato nel tentativo di dare il “contentino” alle forze dei neocon e della possente lobby sionista che ha una influenza determinante sulla politica estera di Washington.

Il compromesso che possiamo presumere raggiunto da Trump con queste forze è stato quello di appaltare tutta la politica estera, in particolare quella sul Medio Oriente, a queste forze, neocon e lobby sionista, tramite la nomina di personaggi come John Bolton e Mike Pompeo nei posti chiave della sua Amministrazione, mantenendo uno stretto collegamento con Israele tramite il suo genero, l’ultra sionista, Jerry Kushner, amico anche del principe saudita Bin Salman.

Questo spiega le decisioni prese da Trump, sotto dettatura dei neocon e della potente lobby, di rescindere unilateralmente l’accordo sul nucleare con l’Iran e spostare la sede dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme. Decisioni che da una parte hanno esasperato le tensioni fra Israele ed i palestinesi e dall’altra preannunciano una prossima guerra contro l’Iran, obiettivo da sempre della lobby israeliana.

Trump al G7 con la Merkel

In tutto questo scenario arriva l’altra questione sul fronte atlantico, la rottura con la Germania della Merkel nel tentativo di Washington di rompere l’Unione Europea che non risulta più utile alla strategia della nuova Amministrazione USA.

Il paradosso della situazione è quello che la tattica di Washington sarà quella i spingere i partiti “populisti” europei a contestare la preminenza della Germania per far scivolare i paesi europei, insofferenti delle vessazioni imposte da Berlino, verso una più stretta dipendenza dagli USA. Un salto dalla “padella nella brace” che non risponde ai veri interessi europei che sono quelli di ristabilire una cooperazione con la Russia ed abolire le sanzioni.
La Russia e la politica USA verso Mosca è la vera incognita di tutta la questione poichè, nonostante i tentativi di Trump di ammorbidire le tensioni con Mosca (vedi l’offerta di rientro a Mosca nel G-8), i neocon premono per l’aumento delle pressioni e delle provocazioni contro la Russia di Putin ed in questo gioco coinvolgono gli alleati europei.

Sarà l’Ucraina o la Siria il prossimo teatro di scontro con la Russia, questo l’interrogativo che potrebbe sconvolgere ogni tipo di strategia di Washington di scomposizione dell’Alleanza con l’Europa e far comprendere agli europei che l’epoca della “protezione di Washington” e della vecchia “Alleanza Atlantica” è definitivamente terminata.

via Controinformazione